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Fucilazioni della brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa
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Fucilazioni della brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa

Continuiamo il nostro esame della rivolta della brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa soffermandoci sulle misure disciplinari e giudiziarie che ne seguirono.
Appena i ribelli della 6ª compagnia deposero le armi, la repressione scattò con la massima violenza.
Il comando della 45ª divisione e quello del VII Corpo dŽarmata avevano già deciso durante la notte di fucilare senza processo diversi soldati arrestati durante i disordini, ma prima di far entrare in azione i plotoni di esecuzione vollero avere la situazione saldamente sotto controllo.
Nonostante la rivolta non avesse avuto seguito e fosse stata domata, la giustizia sommaria fu applicata nel primo mattino sia contro i partecipanti alla prima fase degli scontri, conclusasi entro le 3.00, sia contro gli uomini della 6ª compagnia.

In tutto furono passati per le armi senza processo ventotto militari, come concordano tutte le fonti.
Lo stesso Cadorna così riassumeva i fatti, scrivendo il 18 agosto al Presidente del Consiglio Paolo Boselli: Nella notte sul 16 luglio scoppiava, impressionante per le circostanze di fatto che lŽaccompagnarono, una rivolta tra le truppe della brigata Catanzaro poche ore prima che partisse dal luogo di sosta verso le prime linee.
La rivolta è stata sanguinosamente repressa con la fucilazione sommaria di 28 militari e con la denunzia di altri 123 al Tribunale di guerra
.
Il Capo di Stato Maggiore dellŽEsercito aveva da subito avuta chiara la reale portata dei fatti, poiché la sera del 16 luglio 1917 aveva comunicato la notizia al Ministro della Guerra con due telegrammi.
Lo stesso comandante della 3ª armata aveva scritto, alle sette di sera del 16 luglio: Comunicasi che in seguito ai fatti di questa notte della Brigata Catanzaro furono fucilati 28 militari.
Le vittime della giustizia sommaria appartenevano a entrambi i reggimenti: 16 al 142° e 12 al 141°. Il generale Tettoni si assunse la responsabilità (il merito agli occhi suoi e dei superiori), delle esecuzioni con queste parole: Il mattino del 16, vennero fucilati 16 militari arrestati dai CC. RR. e dagli ufficiali colle armi cariche, le canne ancora scottanti, e 12 militari della compagnia ammutinatasi, come sopra è esposto, per decimazione da me ordinata a mente della circolare 1° novembre del comando supremo, sia per il reato di cui collettivamente eransi resi colpevoli, sia per salutare esempio sugli elementi deboli, inerti e pusillanimi che col loro contegno passivo avevano favorito lŽopera dei facinorosi.

Nella nota del 18 luglio, il Duca dŽAosta aveva difeso la pratica della decimazione con la giustificazione antica di: Oltre questi si sarebbero dovuti logicamente e immediatamente fucilare tutti i militari (120 uomini) del reparto suddetto che aveva continuato fino allŽestremo la resistenza armata, giacché essi non erano già degli indiziati, ma veri e propri rei di rivolta armata sorpresi in flagrante reato. Ma per limitare le fucilazioni si eseguì il sorteggio del decimo di essi (12) e questi furono condannati alla fucilazione.
Sebbene Tettoni si assumesse la paternità di tutte le fucilazioni, da lui fu emanato direttamente solo lŽordine della decimazione, mentre le 16 esecuzioni dei soldati colti: colle armi cariche, le canne ancora scottanti, fu disposta dal comandante la 45ª divisione, generale Gagliani (per i quattro del 142° alcune fonti indicano Danise), anche se le pressioni (e la reputazione) del comandante del corpo dŽarmata ebbero sicuramente un certo peso.

Le esecuzioni sommarie furono eseguite a piccoli gruppi nelle prime ore del mattino del 16, dalle 6,30 alle 8,30.
La mattanza ebbe luogo contro il muro del cimitero di Santa Maria la Longa e vi presenziarono due compagnie in armi, una per reggimento.
Giuseppe Del Bianco affermò che i giustiziati furono seppelliti in una fossa comune, senza indicazione dei nomi, e che solo dopo alcuni anni le salme furono traslate in un cimitero militare60.
Alla popolazione civile non fu permesso assistere alla fucilazione, ma si dice che alcuni ragazzi, nascosti dal granoturco che arrivava fino al limite del cimitero, assistessero alla tragedia e che uno dei soldati, ferito, si fosse trascinato nel campo ma, raggiunto da un ufficiale, fosse finito con un colpo di pistola.
Per ironia della sorte, lŽunico testimone che lasciò una traccia scritta della fucilazione fu Gabriele DŽAnnunzio, contro il quale i soldati avevano indirizzato la propria rabbia nella prima fase della rivolta.

I ribelli cercarono infatti di assaltare la villa dei conti Colloredo-Mels, dove solitamente era ospitato il poeta soldato che però, in quella notte, si trovava altrove.
Essi lo consideravano uno dei responsabili del coinvolgimento italiano nel conflitto e non ammiravano di certo le sue imprese guerresche così lontane dallŽinferno delle trincee.
Nonostante ciò la testimonianza del vate, contenuta in forma di appunti nei suoi Taccuini e sviluppata in una sorte di canto il 27 settembre 1922, costituisce ancora oggi una pagina toccante, e fotografa lo straniamento che sŽimpossessava dei soldati quando lŽinsostenibile durezza del conflitto li portava a rompere i tradizionali legami della subordinazione gerarchica e di classe, e lo strazio dà lŽimmagine dei corpi che lasciava dietro di sé il plotone di esecuzione.

i.g. e m.p.


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