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La Grande Guerra a Farla di Majano
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La Grande Guerra a Farla di Majano

Nella piazzetta di Farla cŽera una lapide sulla casa dei Venier che ricordava il sacrificio di un mitragliere di Città di Castello di 23 anni che il 30 ottobre 1917 non volle arrendersi alle squadre dŽassalto tedesche e continuò a sparare con la sua mitragliatrice fino alla fine.
Angelo Zampini era un sergente capoarma della 999a Compagnia Mitraglieri che dovette il riconoscimento della sua gloria alla testimonianza di alcuni abitanti di Farla che lo videro e sentirono morire.

Fu il grande giornalista del Corriere della Sera Cesco Tomaselli che contribuì con il suo articolo del 7 novembre 1933 – Angelo Zampini, lŽeroe senza medaglia – e poi con il libro Gli Ultimi di Caporetto alla nascita del mito dellŽumile mitragliere che, al pari del suo collega, il sergente Paolo Peli che a Passo Zagradan, compì unŽimpresa simile guadagnandosi la medaglia dŽoro.
Zampini la medaglia dŽoro non lŽebbe per il semplice motivo che lì, quel giorno non cŽera nessun ufficiale che potesse testimoniare del suo valore.

LŽesercito italiano era a quei tempi una struttura assai rigida nellŽattribuire medaglie a graduati e fanti.
Il suffragio universale maschile era del 1913, ma lŽesercito era ancora unŽistituzione in cui vigeva un rigido sistema cetuale e solo la testimonianza di un ufficiale poteva fornire la base per un procedimento di decorazione al Valor Militare.
E poi cŽera stato solo quellŽepisodio a Farla, quel giorno?

La battaglia di Farla il 30 ottobre

Nella Grande Guerra fu raro il caso che le stesse truppe che erano state sconfitte fossero in grado, come le italiane, di far fronte al nemico dopo pochi giorni.
Le battaglie di retroguardia combattute a Cividale il 27 e a Udine il 28 ottobre avevano permesso che i resti dei corpi dŽarmata IV, VII, XXVIII e XXVII ripiegassero verso i ponti di Pinzano e di Cornino; così, la sera del 29 essi avevano passato la linea della testa di ponte di Pinzano – Ledra-Arcano- Villanova.

Si trattava dei resti delle divisioni coinvolte nei combattimenti del 24, 25, 26 e 27, esistevano tuttavia reparti ancora in piena integrità bellica fatti affluire dalla pianura friulana.
La 16a divisione ad esempio era composta dalle brigate Siracusa e Rovigo datele il 26 ottobre dal XXX coprpo dŽarmata.
La 16a è comandata dal generale Giacomo Ponzio, è a lui che alla sera del 29 è affidato il compito di proteggere il ripiegamento occupando le alture da San Daniele alla confluenza del Canale Ledra con il Tagliamento.

Più a sud il generale Badoglio, praticamente con la sola 13a divisione, tiene la linea verso il ponte di Pinzano.
Gli Jäger del Gruppo Stein attaccano tra San Daniele e San Tommaso e riescono a creare un varco tra la Rovigo e la Siracusa che prima di mezzogiorno abbandona la linea e ripiega verso Cornino, dove difenderà il ponte con i resti della brigata Genova fino al 31 ottobre.
La Rovigo rimane e ingaggia una serie di combattimenti, slegati, e si ritira solo intorno alle quattro del pomeriggio verso il cimitero di Ragogna passando poi il ponte alle 19.
Più a sud i bersaglieri tengono la linea disperatamente e passano il ponte alle undici di sera, accodandosi ai fanti della Rovigo.

In estrema sintesi questa fu la successione dello schieramento sulla testa di ponte di Pinzano-Cornino.
A Farla si concentrò la difesa della linea sul Ledra.
Furono fatti saltare i numerosi ponticelli in legno e quelli in pietra di Casasola e Farla, ma il canale era comunque guadabile.
Nella sera del 29 alcune pattuglie tedesche attaccarono e un aspirante ufficiale che inesperto teneva la linea del III/246°, impressionato dalla potenza di fuoco dei cannoncini e delle mitragliatrici sŽera ritirato.

Non fu fucilato, ma il comandante del II/227° – che aveva il suo Comando in paese – lo aveva rimandato in linea con un crudo ammonimento.
Tuttavia durante la notte i tedeschi passarono il Ledra davanti alla fornace di Deveacco.
Il Tenente Ferdinando Ferrari della 9a Compagnia del 246° che alle 6 del mattino passò di lì afferma infatti che non trovò nessuno in quel tratto di fronte che era a circa 800 metri a nord di Farla.
Era ancora notte fonda quando il Generale Ponzio aveva ordinato al Tenente Colonnello Alfredo Marini, comandante del 246° della Siracusa, di sostituire sul Ledra il II/227° entro le 4 del mattino.

Buio pesto, pioggia, strade intasate, luoghi sconosciuti: lŽordine era chiaramente ineseguibile, tuttavia il tenente colonnello avanzò con il III battaglione del Capitano Giulio Pratesi, ma allŽalba, quando tutto il reggimento aveva preso posizione sul Ledra tra il 245° e il 227°, delle pattuglie che Marini aveva mandato in ricognizione portarono la notizia che i tedeschi avevano passato il Ledra a sud di Majano e avanzavano con numerose mitragliatrici a spalla.
Si trattava dei i fucili mitragliatori Lich Hand Maschinengewehr 08/15 che dopo lŽesperienza italiana diventeranno lŽarma individuale per tutte le compagnie tedesche, sopperendo con una maggiore potenza di fuoco al minor numero di soldati su cui lŽesercito poteva ormai contare.

Marini e Pratesi non avevano mai visto queste nuove armi automatiche individuali che potevano sparare 500 colpi al minuto come le mitragliatrici pesanti, di cui erano una filiazione.
Essi fecero stendere la 9a Compagnia sulla sinistra della strada Farla-Majano e lŽ8a sulla destra, e partirono allŽattacco.
Sono circa le ore 7 del mattino – racconta Pratesi – raccomando ai miei soldati sprovvisti di bombe a mano e muniti delle sole cartucce e di baionetta – senza speranza di rifornimento – dŽimpiegare bene ogni cartuccia.

Appoggiate da una autoblindo mitragliatrice le due compagnie costringono i tedeschi a ritirarsi fino alle prime case di Majano, catturano 3 mitragliatrici e fanno parecchi prigionieri.
Che si trattò di un combattimento furibondo che i tedeschi non sŽaspettavano è testimoniato dal fatto che il Capitano Pratesi cade ferito gravemente al bacino ed è trasportato al posto di medicazione a Farla.
Intanto la 7a Compagnia sŽè schierata in una cava a 100 metri dal Ledra dove è appostata una mitragliatrice Fiat.

Il nemico batte intensamente con numerose mitragliatrici lŽappostamento – racconta il ten Fierro - la Fiat è messa fuori combattimento e due capi arma vengono feriti al viso.
Sopraggiunge il Tenente Vincenzo Palieri con unŽarma SaintŽEtienne.
Viene anche il Tenente Negretti, mi dice che il 3° plotone è alla mia destra, il 4° nel paese, e torna via.
La mitragliatrice SaintŽEtienne sŽincanta dopo pochi colpi e viene abbandonata.
Dal paese giunge intenso crepitio di numerose mitragliatrici
.

Anche il Tenente Colonnello Carlo Trioli, che per ripararsi un poŽdalla pioggia, con il II Battaglione complementare era in un gruppo di case a sinistra di Farla, si accorge che verso le 9 e mezza aumenta lŽintensità del fuoco delle mitragliatrici.
UnŽora dopo il suo battaglione è quasi circondato: il Tenente Salvatore Negretti di Bracciano è caduto e il comando viene preso da Fierro.
Racconta: Il combattimento si rinnovò poco dopo le 12 contro forze nemiche non inferiori a due compagnie, vennero respinte anchŽesse, mentre anche sulla sinistra venivano tenuti in rispetto gruppi di mitragliatrici che cercavano di aggirarci.

La linea del ledra tenne infatti anche quando Farla era ormai occupata.
Salvatore Negretti era nato nel 1882 a Bracciano e aveva iniziato la sua carriera militare nel 1903 con il grado di caporale.
Era poi passato nella guardsia di Finanza ove era rimasto fino al 1911 quando fu riammesso in servizio con il grado di sergente, per passare poi in Tripolitania nel 1913.
Divenuto sottotenente nel 1916 era passato nel 40° reggimento della brigata Bologna e assegnato al deposito del reggimento a Reggio Calabria, come istruttore in quanto aveva la qualifica di tiratore scelto.
Era ritornato in territorio di guerra solo nel febbraio 1917.
Solo nel 1925 gli venne conferita la medaglia dŽargento al V.M.

Il Sottotenente Domenico Di Maio, maestro elementare, della Milizia territoriale, comandante del 2° plotone della 7a compagnia del III/246°, verso lŽuna del pomeriggio vide i soldati dellŽaspirante Simeone, giunto da tre giorni al reggimento, alzare le mani, sventolare i fazzoletti, gettare le armi e avviarsi verso il nemico con evidente intenzione di arrendersi, fu richiamato dal comandante Fierro che lo rimise in posizione ove rimse fino alle 17.

La superiorità di fuoco dei tedeschi che con le loro mitragliatrici si spostavano continuamente fino a prendere gli italiani da più parti è documentata, oltre dal panico dellŽaspirante Simeone, dal racconto del Di Maio: Noi della 1a linea sentivamo il crepitare delle mitragliatrici alle nostre spalle, senza sapercene rendere conto.
Si faceva fuoco continuamente per impedire al nemico di passare il canale.
Avevamo con noi una mitragliatrice, la quale, tutto ad un tratto sŽincastrò e non fu possibile parla più funzionare.
Fu per noi una pugnalata al cuore! … Intanto i tedeschi aspettavano la resa.
Qualcheduni pià baldanzoso era uscito dalla sua trincea e cŽinvitava alla resa.
Gli facemmo segno di ritirarsi e di non avanzare.
Gli gridammo che si arrendessero.
Naturalmente non capì e seguitava ad avvicinarsi.
Allora facemmo fuoco e lo vedemmo fuggire come un forsennato.
Ciò sollevò lŽilarità dei nostri soldati.
Questo fatto,però ci doveva costar caro, perché poco dopo i tedeschi aprirono il fuoco con un cannoncino e non si poteva alzare un dito senza tirarsi addosso un fuoco concentrato di 4 mitragliatrici
.


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