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LŽ estrema difesa dei mitraglieri a Farla di Majano
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LŽ estrema difesa dei mitraglieri a Farla di Majano

A Farla vennero impiegate le compagnie mitragliatrici del 227° e del 246° reggimento.
LŽaspirante Giuseppe Fritz della Sezione Mitraglieri del III/227° fu lŽultimo a sospendere il fuoco della sua arma posta allŽaltezza della sede del Comando di battaglione, egli continuò a sparare personalmente respingendo lŽavanzare dei mitraglieri tedeschi finché a mezzogiorno finì le munizioni: Il nemico non è numeroso – scrive il Tenente Armando Cermignani topografo della compagnia dello S.M. del 246° – ma ardito e armato quasi esclusivamente di fucili mitragliatrici.

Alle 12,30 alcuni reparti sono costretti ad arrendersi.
Il Tenente Colonnello Marini si rende conto di essere aggirato: La mancanza di riserve mi rendeva ormai impossibile dŽinfluire pere virtù di manovra sullŽazione.
Potevo però ancora agire come singolo combattente.
Raccolsi, nel paese, una cinquantina di militari di truppa, non so se sbandati o comandati.
A colpi di pistola ne stanai alcuni nascosti in locali al pianterreno.
Feci trarre da unŽampia rimessa botti vuote, cavalletti e materiale per barricare gli accessi di Farla.
Portai questi soldati e una sezione di mitragliatrici comandata dal Tenente Del Prete che ancora mi era rimasta disponibile, allo sbocco est del paese, verso il Ledra, e disposi il gruppo contro il nemico, già giunto a poche diecine di metri dallŽabitato.
LŽattacco fu arrestato.
Sventata la minaccia da questo lato tornai indietro per stabilire eguale difesa allo sbocco sud del paese, il più oericoloso dopo quello est.
Mentre attraversavo il paese, sulla via che lo taglia da est ad ovest (il comando col posto di medicazione era su questa via) incontrai lŽaitante maggiore in 1a Capitano Passigli che mi disse essere stato trasportato al posto di medicazione il comandante del 3° Battaglione ferito gravemente che desiderava farmi urgenti comunicazioni.
Inviai alŽaiut. Maggiore presso la difesa da me costituita per assicurarmi sulla sua continuazione.
Entrai al posto di medicazione ove il comandante del 3° Battaglione mi volle assicurare del favorevole andamento dellŽazione alle Fornaci.
prigionieri tedeschi aumentati e larga presa di armi.
I suoi ufficiali e soldati, a onta delle perdite subite, si battevano brillantemente.
Il contegno di questŽUfficiale merita speciale menzione.
Egli si distinse sopra tutti per valore e slancio.
Mi volsi per uscire di nuovo dalla casa, ma non potei petter piede fuori dallŽuscio.
Il Tenente Del Prete era caduto con un polmone traforato da proiettili; il gruppo di soldati aveva avuto varie perdite e i tedeschi si erano affacciati allŽingresso del paese.
Una mitragliatrice nostra (non so quale né come si trovasse colà) tratteneva il nemico con fuoco partente dallo sbocco ovest della strada, controbattuta da mitragliatrici nemiche appostate allo sbocco est.
La strada era spazzata da questo incrocio di fuochi.
Dopo poco la mitragliatrice nostra cessò improvvisamente il fuoco e i tedeschi irruppero nellŽabitato intimando la resa
.

Marini fa dunque riferimento alla mitragliatrice che potrebbe essere quella del sergente Angelo Zampini, ma potrebbe essere anche, come narra il s.Tenente Gino Bettero del II/227°, lŽasp. Fritz, comandante di una sezione – due armi – della 678a Compagnia Mitraglieri; Bettero era infatti in paese in quanto la sua 4a compagnia era stata sostiutita dalla 7a del 246° – quella che si era schierata nella cava di ghiaia dello schizzo di Fierro – e lui sŽera ritirato in paese con i resti del suo plotone.
Fierro intanto continuava a tenere la linea sul Ledra, e la tenna fino alle 4 del pomeriggio.

Il Sottotenente Giacomo Raimondi di Brindisi del II/227° conferma che ben presto diverse armi della 678a sono messi fuori uso dalle mitragliatrici tedesche e dopo pochi minuti queste pattuglie sono in paese e fanno fuoco verso la casa da noi occupata.
Subito si piazza sulla strada lŽultima mitragliatrice che è a nostra disposizione e si fa fuoco contro la pattuglia; non solo, ma tutti del comando si fa fuoco con fucili e pistole.
Un sergente e due soldati della compagnia mitragliatrici restano colpiti a morte.
La mitragliatrice non funziona più.
Il comandante del III battaglione del 246°, un capitano, è ferito gravemente.
E si continua a combattere strenuamente.
Ad un tratto dal giardino retrostante la casa del Comando, piombano nel comando stesso diversi soldati tedeschi che con le armi in pugno ci intimano la resa.
Sono le ore 11 circa del 30/10.
intanto in linea i nostri reparti combattono ancora...
.

Non può essere Zampini il sergente mitragliere ucciso perché i fatti a cui allude Raimondi accaddero ancora al mattino e riguardano lŽazione della 420a Compagnia Mitraglieri divisionale di bersaglieri, composta da SantŽEtienne, del Tenente Palieri che fu catturato a mezzogiorno in paese.
Una sezione comandata dal Tenente Pasquale Persico perdette già alle 6 e mezza un capoarma, una seconda Saint Etienne tenne dŽinfilata la via che da Farla va a Colloredo ma fu messa fuori uso dal cannoncino.
Una delle mitragliatrici della sezione comandata dal sottotenente Antonio Nuzzi di Campobasso venne resa invece inservibile da una scarica di pallottole esplosive che ferirono gravemente il capoarma.

Rimaneva quindi solo la S. Etienne del Sottotenente Giuseppe Resico, ma solo con tre nastri: Verso mezzogiorno entrano i tedeschi in paese.
Al primo che comparve nella piazzetta sparai una fucilata poi non potei più far fuoco perché sbucarono dalle case centinaia di soldati disarmati prededuti dai borghesi con pezzuole bianche e gridanti ŽVogliamo la pace; abbasso la guerraŽ.
Io il comandante la compagnia [Paglieri] e cinque bersaglieri con un sergente cercammo di ritirarci per la strada percorsa durante la notte...
.

La testimonianza di Resico sembrerebbe in parte smentire il racconto del Tenente Colonnello Marini.
Ma vi era anche la 999a compagnia mitragliatrici Fiat – quindi con raffreddamento ad acqua – aggregata al II/246° del Tenente Colonnello Carlo Trioli.
Essa era comandata dal Tenente Odoardo Cagli e la 2a sezione era comandata dallŽaspirante Pacifico Faiola.
Era questa la sezione del Sergente Zampini.
Che gli abitanti di Farla sŽintromettessero tra i tedeschi e i soldati italiani può solo voler dire che era tale la quantità di fuoco delle mitragliatrici portatili tedesche che spazzavano le vie di Farla che gli italiani non si azzardavano nemmeno a uscire dalle case per arrendersi.

Il Tenente Colonnello Marini implicitamente accenna a questo fatto quando afferma che deve stanare dalle case i soldati con la pistola in pugno, ma quanti ne raccoglie? Appena una cinquantina, un plotone, e poi lui stesso conferma la potenza di fuoco nemica quando afferma che non potè metter piede fuori dalla casa.
A Farla vi era anche la 678a Compagnia Mitraglieri S. Etienne del Tenente Giuseppe Reggio, aggregata al II/227°, che combatté sul Ledra e che poi si ritirò in paese mentre lŽasp. Fritz teneva a distanza sul canale i tedeschi.

Il Capitano Oddone ordinò poi a Reggio di proteggere con le sue 4 armi rimaste la casa dove cŽerano i Comandi del 246° e del 227°: Dopo pochi minuti le prime pattuglie con mitragliatrici attaccavano la mia sezione sulla strada uccidendo il primo tiratore Sergente Plini e ferendo gravemente il secondo tiratore.
Immediatamente subentrava il tiratore di riserva, ma la mitragliatrice veniva messa fuori uso mancandomi pure le munizioni
.
Reggio viene fatto prigioniero – dice – alle due e mezza del pomeriggio assieme al col Marini e al Capitano Oddone.

Il combattimento di Farla durò fin quasi alle quattro e mezza del pomeriggio e finì con la cattura del maggiore Olinto Primerio comandante del I/246°, del Tenente Colonnello Trioli, dei capitani Luigi Celso, Michele Calabria, Gennaro Esposito e del Tenente Colonnello Marini, in tutto una trentina di ufficiali e circa 1.200 soldati.
Fu, come si è visto in estrema sintesi, il combattimento più lungo di quella giornata sulla testa di ponte che doveva permettere a tutte le divisioni in ritirata di passare il Tagliamento senza dover subire la pressione ravvicinata dei tedeschi che con tre corpi dŽarmata confluivano verso i due ponti ancora in piedi.
La 999a Compagnia Mitraglieri si trovò quindi al centro dei combattimenti, ma non tutto luccica nella sua azione, cŽè qualche punto oscurato, cŽè del taciuto.

Verso le 11,30 il Capitano Luigi Celso narra che la sua 1a Compagnia viene attaccata dalla strada da grosse pattuglie con mitragliatrici a spalla infiltratesi nel fronte.
LŽattacco, nonostante la sorpresa, è respinto; cadono prigionieri del nemico lŽaspirante Russo e il plotone ai suoi ordini (1° plotone).
… Il comandante di battaglione mi ordina di disporre a difesa gli uomini del mio reparto nel cortile della casa suindicata ed il compito di respingere ulteriori eventuali attacchi a tergo della linea.G li attacchi si ripetono con violenza e con frequenza sino alle 16,30.
Con altrettanta violenza vengono respinti dalla mia compagnia e da una sezione mitragliatrici della 1050a.
Non si ha più dubbio sulla situazione, si è completamente accerchiati
.

Celso era in una delle ultime case di Farla con i due comandanti di battaglione e resistette fino alle 4 e mezza, quando finì le munizioni, egli però afferma che la mitragliatrice che continuo a controbattere quelle tedesche era della 1050a compagnia, non della 999a aggregata al II/246°.
Il Sottotenente Paride Del Prete – comandante della 3a Sezione, quello che aveva ricevuto da Marini lŽordine di controbattere con le sue 2 mitragliatrici lŽentrata dei mitraglieri tedeschi in paese – riuscì a rigettare quattro assalti, ma alle 10 venne ferito da una pallottola esplosiva che gli bucò il polmone sinistro per cui la 999a rimase con il suo comandante Odoardo Cagli e con i due comandanti di sezione, uno dei quali era lŽaspirante Faiola il quale afferma che quando la 999a Compagnia giunta sul Ledra fu attaccata dopo lŽalba egli si riparò dietro una depressione del terreno e lì resistette fino alle 17.
Le sue due armi non erano tra quelle dentro il paese.

Rimarrebbero le due di Del Prete che rimasero a Farla e quelle dellŽaltra sezione, quella del s.Tenente Arcangelo Sorbo, che si difese fino alle 17 quando venne circondato e catturato assieme a Trioli, Pette, Cagli, Gazzanica e Giordano.
Dopo che intorno alle 12 era stato preso prigionero il comando del 246° reggimento, il Tenente De Fabritiis, comandante della 1050a, difese il Comando del I e II battaglione fino alle 16 e trenta, egli narra che quando si arresero un ufficiale tedesco che parlava bene lŽitaliano chiese del più alto in grado e quando si trovò di fronte al Tenente colonnello Trioli gli strince la mano e gli disse è la prima volta che incontriamo una vera resistenza.

Uno degli ultimi ad arrendersi fu il Tenente Rodolfo Caverzaghi, comandante della 611a Compagnia Mitraglieri, che combattè verso la sinistra del paese e che ci ha lasciato un preciso schizzo della posizione delle sue armi intorno al Comando del II battaglione nelle ultime case di Farla, tenendo una posizione a 30 metri dal comando con lŽasp. Osvaldo Fecci.
Egli fu fatto prigioniero alle cinque con 4 ufficiali e tutti i 90 uomini della sua compagnia.

Zampini combatté dunque a Farla nel momento in cui la via principale era spazzata dal duello tra le mitragliatrici italiane e le mitragliatrici leggere tedesche in grado di spostarsi in continuazione.
Egli rimase sulla sua arma fino a poco prima della fine dei combattimenti rifiutando di arrendersi e fu ucciso dai fucilieri tedeschi che aggirarono la casa dei Martina prendendolo alle spalle.
Dovrebbero esser stato intorno alle 12 e mezza lŽuna, cioé quando era già stato fatto prigioniero il Colonnello Marini e sŽerano arresi alcuni reparti.

Zampini, come narra il grande Cesco Tomaselli che nel 1933 andò a raccogliere le testimonianze dei testimoni a Farla per scrivere sul Corriere della Sera del 7 novembre lŽarticolo Angelo Zampini, lŽEroe senza medaglia, rifiutò di arrendersi.
Fin qui ci si è basati sui documenti dŽarchivio, ma, dal momento che essi sono quasi muti sullŽepisodio di Zampini, si può ora lasciare il racconto agli abitanti di Farla che durante i combattimenti erano quasi tutti in paese.

La fortuna è che essi narrano per mezzo di uno dei più grandi giornalisti italiani: Ho interrogato diverse persone indicatemi come testimoni ed ecco come si può ricostruire il fatto nella stupenda semplicità della tradizione popolare.
Di mio non ci metto che la voltata dal friulano, questo maschio idioma che per capirlo bisogna aver studiato il latino, un poŽdi ordine cronologico.


… La sera del 29 ottobre la posizione di Farla era pronta a ricevere il nemico.
Mitragliatrici erano state puntate contro i due ponticelli sul Ledra; barricate allestite con carri, botti, aratri, masserizie sbarravano gli accessi dellŽabitato.
Erano dieci di loro e stavano mangiando nella mia cucina – ricorda una madre di due caduti in guerra, Teresina Peressini – quando si udì gridare che i mucc [termine friulano per indicare i tedeschi] erano al ponte.
Fu un paesano, un certo Vincenzo Menis, che portò la prima notizia.
Li aveva incontrati appena passato il Ledra presso la fornace dove andava ogni giorno a lavorare.
La mattina dopo, durante il combattimento, morì sotto gli occhi dei suoi, fulminata, da una pallottola passata attraverso il portone.

- Ma Zampini lŽavete conosciuto? Stavo dicendo appunto che erano dieci di loro, con un sergente che rividi morto accanto alla sua mitraglia due giorni dopo e seppi essere il povero Zampini quando don Giuseppe Driulini, allora nostro cappellano, gli levò il piastrino di riconoscimento.
Zampini voleva che accettassi del denaro, tanto – diceva – ora andiamo tutti a morire e dei soldi non sappiamo che farcene.
Era un tipo fiero e si capiva che non aveva paura.

Dei due nuclei in cui erano state ripartite le forze, quello che guardava il ponte verso est e aveva sistemato a difesa un rialzo di terreno, detto Cividàs, dovŽè la casa del colono Antonio Coppetii, si sostenne sino alla due dal pomeriggio.
Nel mio cortile – racconta il colono che sono andato a cercare nel campo mentre rastrellava lŽultimo fieno – cŽerano quattro mitraglie diventate rosse a furia di sparare.
Sui miei gelsi ci sono ancora i segni della pallottole; guardi qui.
Veda il ponte? Là fu ucciso un capitano germanico.
I nostri dovettero arrendersi perché furono accerchiati da quelli venuti dalla parte di Fagagna
.
“Rènditi, bravo italiano...“
LŽaltro nucleo, quello che difendeva il ponte a sud, era stato attaccato allŽalba e presto sopraffatto.
Dal ponte allŽabitato di Farla cŽè un tratto di trecento metri in leggera salita; allŽingresso del paese la strada fa una piccola svolta, quindi prosegue diritta per unŽaltra cinquantina di metri fino alla chiesa, fiancheggiato a sinistra dalla palazzina bianca dei signori Martina e a destra da alcune casetta rurali, lŽultima delle quali è abitata dalla famiglia Venier, coloni dei Martina.

Un estremo tentativo per arrestare lŽavanzata del nemico fu fatto fra il ponte e lŽabitato, in rasa campagna, allŽaltezza della casa dei coloni Riva.
Due armi furono appostate in un fosso, una di qua e una di là; alle manopole erano un caporal maggiore e il sergente Zampini.
Il cadavere del graduato fu rinvenuto due giorni dopo quando il cappellano, con una squadra di paesani e un carro da strame tuttora in servizio presso i coloni Venier, andò a raccogliere i morti: quattordici, fra cui un germanico.
Sul caporal maggiore ucciso sulla sua mitragliatrice non fu rintracciato alcun documento che valesse a identificarlo; egli è andato a ingrossare la gloriosa schiera degli ignoti.


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